akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

06 giugno 2010

1500. Umanità



Quello che privatamente è vietato ci viene imposto in nome dello stato.
Noi osiamo lodare certe azioni (che commesse da un privato cittadino sarebbero sanzionate con la pena capitale) solo perché sono state ordinate dal potente di turno.
L'uomo, l'animale che per natura potrebbe essere il più mite, non si vergogna di provare godimento alla vista del sangue, né di fare guerre che si protraggono per lunghi anni, mentre persino le bestie più feroci vivono in pace.


Lucio Anneo Seneca
Lettere a Lucilio
XCV, 31

19 maggio 2010

1499. Gli ultimi giorni



Gli ultimi giorni sono disgraziati; e così gli ultimi momenti sono momenti disgraziati. Non è il fatto che si avvicini la separazione a rendere quei giorni e quei momenti così disgraziati, bensì la sensazione che ci si aspetti qualcosa di speciale da loro, qualcosa che mancano sempre di produrre. Periodi spasmodici di piacere, di affetto, e persino di studio, di rado evitano di deludere quando premeditati. Quando giungono gli ultimi giorni, gli si dovrebbe permettere di arrivare e scivolare via senza particolare attenzione o menzione. E quanto agli ultimi momenti, non dovrebbero esistere. Semplicemente. Che siano finiti per sempre, ancor prima che sia riconosciuta la loro esistenza.

07 aprile 2010

1498. L'illusione al potere



Per questo non mi piace l'opinione di quello che pensava di frenare con una moltitudine di leggi il potere dei giudici, delimitando quindi la loro funzione: non si accorgeva che c'è tanta libertà e ampiezza nell'interpretazione delle leggi, quanta nella fabbricazione di esse. E s'illudono anche coloro che pensano di ridurre e arrestare le nostre discussioni richiamandosi alla precisa parola della Bibbia. Infatti il nostro spirito non trova davanti a sé un campo meno spazioso quando verifica il sentimento altrui di quando esprime il proprio e, così facendo, pensa che ci sia meno animosità e asprezza nel glossare che nell'inventare...

III, 13

28 marzo 2010

1497. ΜΕΛΗ



Άοίον άεροφοίταν άστέρα
μείνωμεν άελίου λευκοπτέρυγα πρόδρομον

Aspettiamo la stella mattutina
dall'ala bianca che viaggia nelle tenebre,
primo annunzio del sole.

19 marzo 2010

1496. Apprendimenti (Il ruscello del silenzio)



Tutti parlano, tutto viene dilaniato dalle parole; e quanto oggi ancora sembra troppo duro per le zanne del tempo, domani, escoriato e scorticato, penderà da mille fauci.
Tutti parlano, tutto passa inascoltato [...]
Tutti parlano, nessuno che voglia ascoltare. Tutte le acque si precipitano scroscianti al mare, ma il ruscello sente solo il proprio scroscio.
Tutti parlano, nessuno che voglia capire. Tutto finisce in fumo, nulla che vada a finire in una sorgente profonda. [...]
O fratelli miei! Perché non imparate da me il silenzio! E la solitudine!
Tutti parlano, nessuno che sappia dire. Tutti corrono, nessuno più che impari a camminare.
Tutti parlano, nessuno mi sente cantare: Oh, che riusciate a imparare il silenzio da me!

Frammenti postumi
autunno 1883, 18/34

16 marzo 2010

1495. E comunque...

09 marzo 2010

1494. Lo Zingaro dell'Universo



Prima o poi l'uomo dovrà pur svegliarsi dal suo stato di sogno millenario per rendersi conto della sua solitudine più completa, della sua sostanziale "estraneità". Egli dovrà prima o poi sapere e rendersi conto di essere niente più che uno Zingaro ai margini dell'Universo. Un Universo in cui, suo malgrado, deve vivere ma che è del tutto indifferente alla sua musica, alle sue inclinazioni, alle sue speranze; un Universo del tutto sordo alle sue sofferenze e ai suoi crimini...


08 marzo 2010

1493. Una memoria in attesa



Il processo mnemonico non è composto (non può esserlo mai) di cose vuote. Può essere non libero, o parzialmente libero, ma mai vuoto. In esso c'è tutto il denso passato, il raro presente e, soprattutto, l'attesa cogente del futuro. Noi crediamo la memoria libera, ma non è così.
La memoria non potrà mai essere libera: non da ciò che l'ha formata, non da ciò che la formerà.

07 marzo 2010

1492. A volte



A volte, per dire tutto compiutamente, bisogna dare voce al silenzio.

02 febbraio 2010

1491. Anamorfosi


Al piano Marc-André Hamelin

01 febbraio 2010

1490. Se non fossimo uomini



Il migliore dei tropi scettici (o almeno il mio preferito) è senz'altro quello dell'inferenza causale:

dai fatti non sarà mai possibile inferire in modo certo e univoco l'esistenza di cause che, esterne dalla sfera dell'esperienza, non possano trovare conferma nei fatti stessi.

Se ci attenessimo a questo modo cristallino di vedere le cose, molti infausti ostacoli legati all'ermeneutica sarebbero risolti.
Tutto sarebbe più semplice e chiaro.
Se non fossimo uomini.

26 gennaio 2010

1489. Come granelli di sabbia

25 gennaio 2010

1488. Questione di altezza (e di equilibrio)



E' impossibile scrivere su noi stessi cose più vere
di come noi
siamo veri.
Questa è la differenza fra scrivere su noi stessi e su cose esterne.
Su noi stessi scriviamo esattamente dalla nostra altezza; qui non stiamo sui trampoli o su una scala, ma sui nostri piedi.

(1937)

21 gennaio 2010

1487. Abissi



L'abisso senza fondo è il modo di essere originario del fondamento. Il fondamento è l'essenza della verità. Se dunque lo spazio-tempo viene concepito come abisso senza fondo e, viceversa, a partire dallo spazio-tempo, l'abisso senza fondo viene colto in modo più determinato, ecco che si apre il rapporto che svolta dall'appartenenza allo spazio-tempo all'essenza della verità.

Beiträge zur Philosophie
(1936-1938)
(tr. P. Kobau, in "Aut-aut", n. 236/1990)

19 gennaio 2010

1486. L'epoca sospesa



La parola 'epoca' deriva dal verbo epéchein che vuol dire "trattenersi", poi diventa epoché, parola filosofica che indica sospensione.
L'epoca è quella dimensione in base a cui il tempo, in un certo senso, si raccoglie in sé, si incurva, acquista qualità. Noi abbiamo un'idea del tempo come mera successione e, soprattutto nella nozione della fisica classica di reversibilità, il tempo è uguale sia che si vada avanti sia che si vada indietro, implica la stessa misurabilità.
Nell'epoca vediamo come il tempo non sia la mera successione, nell'epoca esso si ripiega ed è per questo che noi possiamo dire che si passa da un'epoca ad un'altra. Si entra e si esce, il tempo diventa non solo una cosa che scorre, ma una cosa che si applica: si sta nel tempo, si appartiene al tempo.
Questo non potremmo dirlo se intedessimo il tempo come una mera successione.

Salvatore Natoli
in Fine della storia e mondo come sistema

18 gennaio 2010

1485. Quella che non si dolse mai...



Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
è là, nel campo quindici a Musocco,
la donna emiliana da me amata
nel tempo triste della giovinezza.
Da poco fu giocata dalla morte
mentre guardava quieta il vento dell'autunno
scrollare i rami dei platani e le foglie
dalla grigia casa di periferia.
Il suo volto ancora vivo di sorpresa
come fu certo nell'infanzia, fulminato
per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
O tu che passi spinto da altri morti
davanti alla fossa undici sessanta,
fermati un minuto a salutare
quella che non si dolse mai dell'uomo
che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
uno come tanti, operaio di sogni.

17 gennaio 2010

1484. La 'stanza' ignota (dalla parte verso il tutto)

16 gennaio 2010

1483. Il debito



...doveva io, nel celebrare gli encomi delle tenebre, trattenermi alquanto a raccontare le grandezze de' lor maggiori, che tali appunto sono, come or udirete, l'antico caos e 'l fecondissimo Niente. E giaché del caos mi ricordo d'aver favellato nel mio primo discorso, mi riconosco oggi e mi confesso tutto debitore al Niente.

Giuseppe Castiglione
Discorso academico in lode del Niente, [Napoli 1632]
presentazione, cura e commento di L. Bisello
a cura di C.Ossola, Torino, Ed. Scriptorium, 1995, pp. 95-109

Per l'immagine ©Alessandra Gambardella, 2006

15 gennaio 2010

1482. Quello che resta (dopo i frantumi)



Chi ritiene che un mondo non più unitario (ancorché 'globalizzato') rifletta un soggetto equipollente, cioè dionisiacamente parcellizzato, finisce, proprio lui, col riabilitare la 'vecchia' funzione ordinatrice del soggetto. Un mondo 'a pezzi', si vuol dire, sarà governato meglio, ma non meglio pensato, da un soggetto 'a pezzi'. Se invece si invocherà la forma del soggetto, lo sguardo fisso sulla scatola muta dell'identità, proprio per questo viene meno, proiettata su uno sfondo inequivocabilmente senza fondo, 'faustiano', la sua funzione ordinatrice.
In breve: il soggetto è ancora visibile, anzi è la condizione stessa del visibile, siamo noi; semplicemente, non si può più credere o peggio ancora "sperare" nella sua libera funzione ordinatrice o dominatrice. Tuttavia, decretare la morte del soggetto solo perché questo non ordina o non domina alcunché, è, in un caso, un pregiudizio logico, nell'altro organicistico. Orbene, cesserà la funzione o l'utilità o il senso, ma rimane, inerte, il significato; rimane la forma.
E' proprio della forma, sempre e comunque,
rimanere.

[Intr., § 1]

14 gennaio 2010

1481. Le pagine morte


I dogmi non sono regole matematiche ricevute una volta per tutte e applicate meccanicamente. Devono diventare, se così si può dire, prese di coscienza, intuizioni, emozioni, esperienze morali che hanno l'intensità di una esperienza mistica, di una visione. Ma questa intensità spirituale e affettiva svanisce velocemente. Per risvegliarla non è sufficiente rileggere ciò che si è già scritto. Le pagine scritte sono già pagine morte. I pensieri non sono fatti per essere riletti. Ciò che importa è formulare di nuovo, è l'atto dello scrivere, di parlare a se stessi, nell'istante, in quell'istante preciso in cui si ha bisogno di scrivere; è anche l'atto di comporre quelle parole con la maggior cura possibile, cercando la versione che, al momento, produrrà l'effetto maggiore, aspettando di appassire quasi immediatamente, appena scritta. I caratteri impressi su un supporto non fissano nulla. Tutto sta nell'azione dello scrivere.

Pierre Hadot - La cittadella interiore (p. 54)

13 gennaio 2010

1480. Il precipizio della gioia


Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un'illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

12 gennaio 2010

1479. Un paradiso infernale


Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature. Anche quando vorrebbe sforzarsi di non giudicare il prossimo, non può farne a meno: per non rischiare di peccare (a causa di un errore di giudizio sulla bontà di un certo atto), è costretto a valutare la bontà o meno di ogni cosa. Per questo, e anche perché tutto ciò lo confina in un egotismo centripeto che lo avvita sempre più su se stesso, egli si separa pian piano da tutti e da tutto, si rinchiude, si isola. La sua religione diventa il muro che lo protegge dalle insidie del mondo, ma al contempo gli impedisce di uscire. È fatale che, alla fine, la vita “al di qua” si separi da quella “aldilà”, e che l’amore per la seconda comporti l’odio (in senso biblico, ma spesso anche letterale) per la seconda. Questo tipo di cristiano spende tutte le sue energie a tentare di guadagnarsi il paradiso; nel frattempo, la sua vita è un inferno.

Paolo Calabrò - Il sabato per l'uomo
Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar
(file .pdf)

11 gennaio 2010

1478. Stolen Moments

10 gennaio 2010

1477. Ideografia del quotidiano (fra ontologia e verità)

Anche al di fuori della ricostruzione strettamente storiografica, coloro che pongono l’alfabeto al vertice delle scritture (rispetto alla scrittura ideografica, n.d.b.) non sembrano tener conto del fatto che la praticità (o essenzialità) dell’alfabeto risulta pesantemente contraddetta dalla circostanza per cui le nostre scritture rigurgitano di ideogrammi, che non sono solo gli elementi sintattici, ma, ad esempio, i numeri, con i quali ci troviamo benissimo, tanto quanto invece si trovavano male i latini, la cui numerazione aveva elementi alfabetici. Basterà comunque guardare la tastiera di un computer, ossia di una macchina per scrivere una scrittura che si suppone alfabetica, per vedere quanti ideogrammi possieda: | \ ! “ £ $ % & / ( ) = ? ^ 1 2 3 4 5 6 7 8 9 0 [ + * ] @ ° # § > < ; , : . _ -. Sono 38 ideogrammi. E vi ho risparmiato i simboli per far andare avanti e indietro il dvd o alzare il volume (che non servono per scrivere), le emoticon che si possono ottenere dalla combinazione di punti, virgole, parentesi (che invece servono per scrivere), così come tutto ciò che posso ottenere dal «menù simboli». Se davvero l’alfabeto possedesse una incondizionata superiorità rispetto all’ideogramma, non si capisce perché, in tanto tempo, non abbia vinto la partita, proprio come è successo all’Homo sapiens rispetto all’uomo di Neanderthal.


Each special science aims at truth, seeking to portray accurately some part of reality. But the various portrayals of different parts of reality must, if they are all to be true, fit together to make a portrait which can be true of reality as a whole. No special science can arrogate to itself the task of rendering mutually consistent the various partial portraits: that task can alone belong to an overarching science of being, that is, to ontology. But we should not be misled by this talk of 'portraits' of reality. The proper concern of ontology is not the portraits we construct of it, but reality itself.



...Infatti la verità dell'ermeneutica non è un traguardo teleologico fisso da scoprire e da raggiungere, ma verità di un soggetto e per un soggetto. Non c'è una verità da identificare mediante l'interpretazione, ma l'interpretazione è essa stessa verità, nel senso che che niente si dà all'uomo al di fuori e indipendentemente da essa.

Anne Escher De Stefano - Historimus e ermeneutica

09 gennaio 2010

1476. L'utopia della libertà (e dell'autonomia)



C'è un rapporto molto profondo tra la mia concezione della psicoanalisi e la mia concezione della politica. Ambedue infatti mirano all'autonomia dell'essere umano, anche se, ovviamente, attraverso vie diverse. La politica mira a liberare l'essere umano, a permettergli di accedere alla propria autonomia per mezzo di un'azione collettiva la quale ha come oggetto la trasformazione delle istituzioni; vale a dire, la politica mira ad instaurare delle istituzioni di autonomia. L'oggetto della politica non è la felicità, come si voleva nel Settecento e nell'Ottocento, e come intendeva anche Marx.
Questa concezione non è solo erronea, ma anche catastrofica.
L'oggetto della politica è la libertà.

°




°



08 gennaio 2010

1475. Qui e ora



Vive eterno colui che vive nel presente.
6.4311

07 gennaio 2010

1474. Il coraggio dell'incoscienza



Al mondo non c'è coraggio e non c'è paura.
Ci sono solo coscienza e incoscienza.
La coscienza è paura,
l'incoscienza è coraggio.

Da un esauriente, ben costruito e appassionato
su Alberto Moravia


05 gennaio 2010

1473. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore


Per una definizione di totalitarismo:

«Mi sembra che i 5 elementi principali siano i seguenti:

1. Il fenomeno totalitario sopraggiunge in un regime che concede ad un partito il monopolio dell'attività politica.
2. Questo partito è animato o armato da un’ideologia alla quale conferisce un'autorità assoluta e che, di conseguenza, diventa la verità ufficiale dello stato.
3. Per diffondere questa verità ufficiale, lo stato si riserva a sua volta un doppio monopolio: il monopolio dei mezzi per l'uso della forza e quello dei mezzi di persuasione. L'insieme dei mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, viene diretto dallo stato e da coloro che lo rappresentano.
4. La maggior parte delle attività economiche e professionali sono subordinate allo stato e vengono, in un certo qual modo, integrate nello stato stesso. Così come lo stato è inseparabile dalla sua ideologia, la maggior parte delle attività economiche e professionali viene “colorata” dalla verità ufficiale.
5. Essendo ormai tutte le attività attività di stato, ed essendo tutte le attività subordinate all'ideologia, un errore commesso nell'ambito di un’attività economica o professionale diventa al contempo un errore ideologico. Ne scaturisce, in ultima istanza, una politicizzazione, una trasfigurazione ideologica di tutti gli errori che è possibile commettere e, in conclusione, un terrore al contempo poliziesco ed ideologico. [...] Il fenomeno è perfetto allorché tutti questi elementi si realizzano insieme in maniera compiuta».

Raymond Aron, Démocratie et Totalitarisme, Folio Essais, Gallimard, 1965

La citazione e la relativa traduzione sono tratte dalla pagina dedicata a Raymond Aron su Wikipedia

02 gennaio 2010

1472. Senza condizioni, qualora lo volessi



Knowledge first and last

sembra suggerirmi Jonathan Sutton nel suo interessante volume Without Justification, che ho letto di slancio, con l'incoscienza di chi non si cura della complessità.
E' comunque una tesi interessante, che faccio mia senza porre condizioni.
Il tempo della riflessione è scandito poi da un altro pensiero che raccolgo questa volta dal De tranquillitate animi di Seneca (8, 2):

Dunque dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere...

Provo a ricominciare da qui, dove il tempo sembra confondersi con lo spazio, il cielo con l'acqua della baia, la luce con un'ombra mutevole che sembra portare con sé presenze discrete, pronte a trasformarsi in speranze.
Qualora lo volessi.

25 dicembre 2009

1471. Attesa



Se io capissi
quel che vuole dire
- non vederti più -
credo che la mia vita
qui - finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte - navighiamo
a incontrarci.

[...]


Antonia Pozzi
da Parole

24 dicembre 2009

1470. Voci dal passato

Com’era il mondo sonoro dell’antichità? Il filologo classico Maurizio Bettini ricostruisce la “fonosfera”, cioè l’insieme dei suoni che riempivano l’aria, nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana e imperiale attraverso i non pochi indizi presenti nelle fonti classiche.Ne scaturisce un ritratto molto diverso dal mondo contemporaneo. Solo le voci umane rappresentano un elemento immutabile nel corso dei secoli, mentre tipici del mondo antico dovevano essere i rumori delle attività artigianali, quali i colpi dei fabbri e le mole dei mulini cittadini. Soprattutto i suoni prodotti dagli animali, ricorda Bettini, erano molto più variegati e presenti rispetto a oggi, visto che le “fonti” che le emanavano erano parte fondamentale del mondo produttivo della città antica.

Un estratto è leggibile >>>qui


1469. Strumenti umani


La voce limpida di Danielle Licari interpreta magistralmente
il
>>> Concerto pour une voix <<< di Saint-Preux.

23 dicembre 2009

1468. Tre passi fra le nuvole

1467. Fra i pochi (l'attimo che non perdona)



Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. E' quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.


Eugenio Montale
Tempo e tempi


22 dicembre 2009

1466. ...'a te convien tenere altro viaggio'...



Anche te, cara, che non salutai
di qui saluto, ultima. Coraggio!
Viaggio per fuggire altro viaggio.
In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.

In alto, in alto i cuori. I marinai
cantano leni, ride l'equipaggio;
l'aroma dell'Atlantico selvaggio
mi guarirà, mi guarirà, vedrai.

Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,
io ti chiedo perdono nel tuo nome
se non cercai parole alla tua pena,

se il collo liberai da quella stretta
spezzando il cerchio della braccia, come
si spezza a viva forza una catena.

Guido Gozzano
Congedo

21 dicembre 2009

1465. Nova et vetera


Allora Hsien domandò della vergogna:
- Percepire gli emolumenti per le magistrature dello Stato, quando nello Stato si segue la Via, è cosa buona. Percepirli quando nello Stato non si segue la Via, questa è una vergogna - rispose Confucio.

Lun Yü
Dialoghi
§ XIV, 33

20 dicembre 2009

1464. Mattina d'inverno



Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
di un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.


Vittorio Sereni
da Frontiera

19 dicembre 2009

1463. Ciò che abbiamo in comune


Faremmo bene a commiserare la nostra mutua ignoranza, e a sforzarci di rimuoverla tramite tutti i mezzi garbati e graziosi dell'informazione, e non precipitarci a considerare gli altri cattivi e cocciuti solo perché non rinunciano alle loro opinioni per ricevere le nostre, o almeno quelle che vorremmo imporre loro, quando è più che probabile che noi stessi non siamo meno cocciuti nel rifiutarci di abbracciare alcune delle loro. Perché dov'è l'uomo che possiede l'evidenza incontestabile della verità di tutto ciò in cui crede, o della falsità di tutto ciò che condanna; può forse sostenere di avere esaminato a fondo tutte le proprie e le altrui opinioni?

1462. Sefirot letterarie


Da Il genio, opera magistrale di Harold Bloom:
[...] Keter, la prima sefirah, potrebbe essere chiamata «la corona» poiché è rappresentata come la testa coronata dell'Adamo primordiale, il Dio-Uomo, prima della cacciata. Tuttavia, come tutte le sefirot, Keter è un paradosso, dal momento che i cabalisti la chiamano anche Eyin o «nulla». Borges osservò che Shakespeare era «tutti e nessuno», affermazione che io modificherei in «tutto e niente», «la corona» della letteratura eppure il principale «nulla». Essendo io l'ammiratore numero uno di Shakespeare, non ritengo azzardato considerare il genio di Shakespeare una sorta di divinità secolare e questo è il motivo per cui lo metto al primo posto tra i miei cento rappresentanti del genio del linguaggio.
Ho fatto seguire a Shakespeare, nel capitolo intitolato Keter, quattro figure praticamente paragonabili a lui: Cervantes, il «primo romanziere», Montaigne, il primo autore di saggi brevi di argomento personale, Milton, che ha reinventato la poesia epica, e Tolstoj, che ha fuso l'epica e il romanzo. Nel secondo gruppo si trovano una serie di grandi biografi di se stessi e del proprio io: i poeti Lucrezio e Virgilio, lo psicologo e teologo Agostino e i sommi poeti (insieme a Shakespeare e Omero) Dante e Chaucer. Queste cinque figure sono ordinate in sequenza a seconda della loro influenza reciproca: ognuno di essi ha tratto ispirazione dal precedente, a eccezione di Lucrezio, che si è orgogliosamente ispirato al filosofo Epicuro [...].

[Il resto dell'estratto può essere letto
>>>qui]

18 dicembre 2009

1461. Come non ne nascono più


Un gentiluomo è una persona che dice ciò che pensa e che pensa a ciò che dice; un gentiluomo sa trovare parole che rendano con precisione il suo pensiero e, soprattutto, possiede una dirittura morale che garantisce per le sue parole.


17 dicembre 2009

1460. Desiderio immutato [R]


Mi piacerebbe che coloro che decideranno di ricordarmi lo facessero per ciò che ho letto e non per quello che ho scritto. Perché dentro di me cresce (e in maniera esponenziale) la soddisfazione di vivere, ogni volta che - pacificata dalla lettura finita - chiudo un libro battendo col palmo della mano sopra la controcopertina.

[da >>>qui]

1459. Più utile che mai

1458. Non chiederci la parola...


Il circolo glossematico è nato e opera in Italia sin dal 1995.
Ovviamente si ispira agli imprescindibili lavori di Louis Trolle Hjelmslev.
Sempre a cura del circolo, esce anche una rivista, intitolata Janus.

1457. Il punto che non muta


Come cerchio da cerchio e suono da suono, sorgono l'uno dall'altro piccoli drammi dentro la mente e si dissolvono e tornano a formarsi intorno al punto che mai non muta. Quella che aspetto e quella che mai ho scordato, quella in cui mi riposo o quella a cui non voglio pensare o quella che è ritornata improvvisa attraverso il buio del sonno? Passano a una a una e ognuna è la prima e la sola. Il pensiero si attacca a quel punto unico, come la bocca alla bocca; guarda la faccia e ode le parole, ripete l'incontro e ricomincia il dialogo, lo ripete e lo ricomincia, lo tenta e lo moltiplica, lo abbandona e lo sopprime e poi lo ritrova e lo rinnova tante volte, fin che l'incanto è esaurito; si scioglie, si rompe, si disfà come una bolla d'aria scolorata; e non ne resta più niente, è distrutto; è soltanto la contentezza vaga e amara che sia distrutto; la contentezza così intenta e così fissa che a poco a poco lo torna a creare...
Passano le ore, i giorni, gli anni: non so più da quando. Ci devono essere tante cose dietro, che mi aspettano forse; pendono e ondeggiano nella memoria come i brandelli di una tela non compiuta. Ma tutto è interrotto, sospeso, disciolto nella dolcezza del vivere, così uguale e così piana nel suo liquido velo, che alla fine non ne resta nulla tra le mani che vorrebbero stringerla. Mi resta lo sbattimento vago e doloroso degli occhi che devono ingranarsi con la realtà, e il vuoto e la stanchezza di questo minuto.


[via faranews]

16 dicembre 2009

1456. L'altro io (concentrico o eccentrico?)


Je pense, donc je suis (Cogito ergo sum) non è solo la formula in cui si costituisce, con l’apogèo storico di una riflessione sulle condizioni della scienza, il legame con la trasparenza del soggetto trascendentale della sua affermazione esistenziale. […] Il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico? Ecco il problema. Si tratta qui di quell’essere che appare solo per il lampo di un istante, nel vuoto del verbo "essere", e ho detto che pone la sua questione per il soggetto. Che vuol dire? Non la pone davanti al soggetto, perché il soggetto non può venire al posto in cui esso la pone, ma la pone al posto del soggetto, cioè in questo posto pone la questione con il soggetto, così come si pone un problema con una penna, e come l’uomo antico pensava con la sua anima. […] Ciò che pensa così al mio posto è dunque un altro io? […] In altri termini, questo altro è l’Altro che è invocato persino dalla mia menzogna come garante della verità in cui sussiste. Nel che si osserva che è con l’apparizione del linguaggio che emerge la dimensione della verità.
[via EMSF]

1455. Jours tranquilles

1454. Diritto all'Oblio

15 dicembre 2009

1453. Iperboli

12 dicembre 2009

1452. Gioia postuma


Essere abbandonato, può essere un gran bene...
Per quella luce immensa che viene dal passato
che, dopo l'estate, all'arrivo del freddo
il sole non ti fa dimenticare.

Ti resta qualche fiore disseccato
nei fasci delle lettere d'amore,
il ricordo di quei due occhi chiari
che nella prima volta ti sorrisero.

E' vero che ora non hai che buio e poi dolore:
ma in quel ricordo la gioia li sovrasta.
E quella gioia ti apre un mondo nuovo,
e anche una consapevolezza che si fa ragione.

Ecco perché dico che essere abbandonato
potrebbe essere un bene,
se penso al destino triste
di chi l'amore non ha mai provato.

in La violetta notturna
Antologia dei poeti russi del '900
a cura di Renato Poggioli
Ed. Carabba, 1933

11 dicembre 2009

1451. A null'altro


Non riporterò tutto. Bisogna concedere alla dimenticanza ciò che le spetta di diritto. Ma non voglio nemmeno abbandonare ai capricci della mia memoria i cinque mesi straordinari che ho appena vissuto. La memoria è solita fare del mio passato una scelta assai poco giudiziosa. Sovente infatti s'ingombra di minuzie che non hanno alcun interesse e lascia invece che svaniscano immagini di cui anche il minimo particolare mi sarebbe stato caro. La cernita che essa compie è sempre così maldestra... ecco perché questa volta voglio che il ricordo sia rimesso unicamente alla mia ragione.
E a null'altro.